martedì 5 dicembre 2017

Uora uora arrivàu 'u ferribotti

"Uora uora arrivàu 'u ferribotti" sussurravano, dandosi di gomito, nella grande Pianura all'avvicinarsi di quella coppola, di quei pantaloni di velluto a coste, di quella valigia di cartone chiusa con lo spago. Sussurri che scimmiottavano l'espressione sicula così ricorrente sullo Stretto, resa emblema in un mondo di nebbiose visioni antropologico-culturali.  Oggi, la frase è disusata ma la valigia di cartone è attualissima.


Natali a Milanu 
(Uora uora arrivàu 'u ferribotti)

Rosi 'i Natali, un tarì
tri mazzi. Addàuru spinusu
ntra li vrazza. Aggramignàru
'u greggi ò pastureddu. Si nni fuìu
lu voi cu sciccareddu. Sgriddatu
l'occhiu santu, 'u Picciriddu
talìa lu munnu.

Beppe è furibùnnu chi curtigghiàri
'n chiazza a ciuciuliàri. Lu pittirrussu
'un voli cantari. Mariuzza, matri
figghiòla spiciali, 'u pugnu grapi:
muddichèddi e sali.

Stralùci 'u celu, l'ùmmira
s'avanza: zampugna, acqua frisca
ammara-panza. La nivi janca,
linna ri piccati, arrùssica
ri passi scunsulati.

___________________.
VERSIONE PER I NON SICULI

È arrivato il ferry-boat
Canto natalizio di una palermitana disoccupata
a Milano

Rose di Natale, un soldo
tre mazzi. Le spine d'agrifoglio
sulle braccia. Hanno rubato
il gregge al pastorello. Se n'è scappato
il bue con l'asinello. Sgranato
l'occhio santo, il Frugoletto
osserva il mondo.

Beppe è furibondo coi linguacciuti
in piazza a sussurrare. Il pettirosso
non vuole cantare. Mariuccia, madre
figliola speciale, dischiude il pugno:
mollichine e sale.

Riluce il cielo, l'ombra in terra
avanza: zampogna, acqua fresca
"ammara-panza"*. La neve bianca,
linda di peccati, imporpora
di passi sconsolati.



*"Ammara-panza": cibi scadenti, atti comunque a riempire la pancia.



Versi e foto di Leo Sinzi (zio-silen)

lunedì 27 novembre 2017

La tuba marrone


La tuba marrone

Non si era mai vista
una tuba marrone
in capo a una donna poi. Ma
che donna! Compariva
con quella tuba nei party, in cima
agli attici dei boulevards.
Nei saloni vetrati come acquari
esposti al mare nero della notte, invitati
ondeggiavano in piedi, accavallavano
gambe, accettavano drink da dischi volanti.
Una sera, all’ottavo piano del Crosby Building
suonò il campanello della porta impellicciata
odorosa di rovere e patchouli.
I Bodini e il loro magnifico sorriso andarono ad aprire.

In quella fauna d’acquario, compatibile
con se stessa, la donna con la tuba era
di una specie diversa, non classificata.
Non aveva simili. Parlava ritta
composta, estraeva mani scimitarre
di piume, ali amorevoli. Gli occhi erano
oceani che risaccano sulle spiagge
dell’infinito, le sue parole entravano
con grazia, portate con le dita
come bocconi delicati.

La donna con la tuba non amava
i saluti, non li trovava salutari.
Una sera disse: "l’unica volta che le scappò un addio, morì".

Abbiamo avuto paura. È arrivato Franzen.
Fortuna che non porta il cappello.
Quella donna, nessuno sa, eppure tutti sanno
e invece non sappiamo niente. A un certo punto
ci pare così normale e lei è così… bella
sembra amarci, come una madre
come una stagione bella.
E poi scompare. Eppure è così presente.
Eppure, eppure... qualcuno ha dimenticato
un cappello. Una tuba.
Marrone. Non si è mai vista
una tuba marrone.

Esercizio di versificazione di Leo Sinzi (zio-silen). Come base: il racconto breve di Stan,
pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 27 Novembre 2017.

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La tuba marrone

Non si era mai vista una tuba marrone, in capo a una donna poi. Ma che donna. Ella compariva in pubblico senza che nessuno si accorgesse del suo arrivo. Con quella tuba. Ma come ci riusciva? Nei party in cima agli attici dei boulevard fiancheggiati da alberi e palazzi poco meno che secolari, a serata inoltrata era lì, perfettamente inserita tra gli ospiti, nelle conversazioni, partecipante, sorridente, profumata e con la tuba marrone che si sarebbe tolta e poi rimessa non appena fosse sorto, sebbene inespresso, l’interrogativo di tutti: “Ma quando è arrivata?”
Nelle serate estive sui terrazzi o d’inverno, nei saloni vetrati come acquari luminosi, esposti al mare nero della notte che allaga la città, ospiti e invitati ondeggiavano in piedi, accomodati, in poltrone, sui tappeti, sui gradini inventati dal designer d’interni, accavallavano le gambe, si alzavano, si scambiavano reciprocamente gli interlocutori, accettavano drink da vassoi d’acciaio, dischi volanti che a ritmo misterioso ma esatto, passavano nel chiacchiericcio tra uomini e donne eleganti e cordiali.
In quella fauna d’acquario, selezionata naturalmente e artificialmente, così tanto compatibile con se stessa, la donna con la tuba era di una specie diversa, non classificata ma, e questo era strano, molto bene tollerata. Non aveva simili, eppure, per il tempo in cui fosse rimasta, tempo di cui nessuno vedeva mai l’inizio, né la fine, ella faceva parte di quegli ecosistemi come chiunque altro dei presenti.

Parlava ritta e composta, si sarebbe detto rigida, fino a quando non estraeva le mani come scimitarre, ma di piume, ed erano ali amorevoli, e allora gli occhi erano oceani che risaccano sulle spiagge dell’infinito e le parole entravano nel discorso con grazia, portate con le dita come bocconi delicati.
E ci si accorgeva della tuba marrone. “Ma quando ce l’ha messa?”, “C’era da prima?”, “Non mi pare proprio”, “Ma allora?”

Una sera, nell’appartamento dei sorridenti Bodini, all’ottavo piano del Crosby Building con vista sul parco tecnologico, mentre si assaporavano i deliziosi salatini della signora Bodini, preludio stuzzicante di un magnifico party-cena in piedi, tutti udirono il citofono suonare. La cosa in sé non fu sconvolgente, il fatto è che tutti avevano la convinzione che non mancasse nessuno degli invitati. E in un primo momento nessuno pensò consciamente che potesse essere la donna con la tuba, ma tutti, in quel preciso istante, guardarono l’ora del proprio orologio, o dispositivo digitale. E fu quella intersezione di silenzio immediatamente seguente al suono del citofono che creò l’elettrizzante aspettativa di vedere la donna con la tuba varcare la soglia ed entrare nel party, far parte del party. L’inizio. La spiegazione.
Suonò infine il campanello della porta blindata, impellicciata, odorosa di rovere e patchouli. I Bodini e il loro magnifico sorriso andarono ad aprire.

Entrò Franzen, delle farmacie Franzen e tutti tirarono un sospiro di sollievo, si resero conto che forse non erano preparati all’esperienza dell’inizio, ma poi l’inizio di cosa? Qualcuno alzò il volume e la sessione fiati di Slip Away abbracciò l’appartamento e gli invitati si riaccesero nelle chiacchiere cordiali, festose per l’arrivo di Franzen, così inaspettato ma così opportuno, arrivò come un cortisonico e, benché fosse un palliativo, in quel momento si portò via il male di sapere, il dolore della rivelazione. E tra gli invitati la donna con la tuba era là, seduta che parlava con due, tre ospiti. Ridevano, si interessavano, chiedevano, rispondevano, si sovrapponevano, chiedevano scusa, si spiegavano e ridevano. Perfettemente inseriti nel quadro luminoso tridimensionale, appeso all’ottavo piano del Crosby Building. E la serata proseguì nella notte fonda fino a che non sfumò nei saluti esausti ma felici, sottovoce, sulla soglia in rovere nel profumo di patchouli, vino e avanzi.
I Bodini chiusero la porta blindandosi il sorriso, la piacevole devasazione del loro appartamento li riaccolse ma nonostante l’abbondanza disordinata di bicchieri, piatti, bottiglie, tovaglioli, portacenere, fette di dolce abbandonate, persisteva la sensazione di un’assenza. Sì, la donna con la tuba. Non si era vista andar via, non aveva salutato. Non amava i saluti, non lo trovava salutare. Qualcuno riuscì a ricordare quello che disse una sera: l’unica volta che le scappò di dire addio, morì.

- Miriam, com’è andata?
- È andata, ho avuto paura a un certo punto.
- Lo so, anch’io, tutti abbiamo avuto paura. Fortuna che è arrivato Franzen.
- Fortuna che non porta il cappello.
- Sì. Miriam, mettiamo in ordine adesso, tra poco albeggia.
- Ti ricordi, Mauri, come abbiamo cominciato, noi? Ricordi il nostro inizio? Ricordi quando ci siamo apparsi?
- Credo di sì.
- E ti ricordi l’attimo prima? Solo un attimo prima. Ti ricordi dov’eri, a cosa pensavi, con chi stavi parlando? C’era qualcuno? Cosa stavi facendo, avevi qualcosa in mano? Stavi correndo? Ti ricordi com’era prima? Prima di…
- Miriam, non agitarti, ti prego, lo sai, non ci fa bene. Non ti fa bene.
- Quella donna, nessuno sa, eppure tutti sanno, e invece non sappiamo niente. Soltanto a un certo punto ci pare così normale e lei è così… bella, cordiale, sembra amarci, come una madre, come una stagione bella.
- Sì.
- E poi scompare. Eppure è così presente.
- Eppure, eppure. Tesoro non ci pensare, vedrai domani non ci baderemo. È sempre così, più ne parliamo, più cerchiamo di capire più svanisce come un sogno.
- Mauri, andiamo a letto, mettiamo a posto domattina, faccio venire Ellis a mettere in ordine.
- Ma è domenica.
- Non importa. Le fanno comodo gli straordinari. È contenta se la chiamo.
- E noi dove andremo?
- Noi andremo nel futuro. Ti piacerebbe?
- Tesoro.
Guarda, c’è un cappello, qualcuno l’ha dimenticato. Una tuba.
- Marrone.
- Ma non si è mai vista una tuba marrone.



Racconto di Stan 

Foto di Leo Sinzi 


sabato 18 novembre 2017

Nuova esistenza


Nuova esistenza

Sogno disperso, attimo smarrito
nell’universo l’anima ha taciuto
è stata tramutata in esistenza
Inizio stanco, desiderio niente
Poi, passo passo, fuga dalla luce
che, flebile, veniva
in questo mondo




Esercizio di sintesi e personalizzazione svolto da Leo Sinzi (zio-silen).
Come base la poesia di Alexandru Cefan "Una nuova esistenza",
pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 15 Novembre 2017.
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Una nuova esistenza

l nostro sogno si è disperso
come un attimo smarrito
nell’universo di una vita.
Per molto tempo l’anima aveva taciuto.
Poi, è stata tramutata in una nuova esistenza;
all'inizio era stanca, non desiderava niente.
Poi, ha provato di nuovo a camminare;
passo dopo passo, con tanta sofferenza.
Non ambiva più seguire la luce
che perveniva da un mondo contemporaneo.

Alexandru Cefan


Foto di Fabiuss

martedì 14 novembre 2017

Un sole che non bruci, ma riscaldi


Un sole che non bruci, ma riscaldi

Si scaldano memorie quando
piove... 

Sulla collina una chitarra suona:
Monmartre di tela traboccante
fiori. Pigalle, i boulevards
gli alberghi ad ore. Al Moulin Rouge 
furore di sottane. Ed a New York 
esperimento nobile: "The street" 
con alcool, musica, puttane. 
Un'epoca schiumante, alternativa
pastello di colore... tanto swing.

Che bello il vecchio mondo
da scoprire. Oggi... che pena!
Settembre, Novembre i mesi

gli anni, scontri fuori e dentro 
morire di notizia, la paura
s'effonde. Cielo
carta, inchiostro... un muro.
 

La vita è altro, per quello che vale:
l'inverno passa sempre e
in primavera, il sole scalderà.


... pioggia autunnale.


Esercizio di sintesi e personalizzazione svolto da Leo Sinzi (zio-silen).
Come base: la poesia di Domenico Sergi (Trimacassi) "Un sole che

non bruci, ma riscaldi", pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 
13 novembre 2017.
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Un sole che non bruci, ma riscaldi


Si scaldano memorie quando piove
se una chitarra suona… è meglio
perché i ricordi volano//portano agli anni belli
quando la vita profumava d’avventura

Torna così alla mente la Parigi bohemienne
Partivano senza una lira
pittori sconosciuti a far fortuna
tutti verso Monmartre, a riempir le tele
con i colori e il genio di tanti
che poi divennero Van Gogh, Degas, Toulouse Lautrec…
La sera, lì a Pigalle, era gran festa
il Moulin Rouge suona e fa furore
con le donnine a sventolar sottane
e il mitico Can Can, a risvegliare tutta la collina

E la New York degli anni venti ?
dei liquori vietati, dei ragazzi di strada
di ‘c’era una volta in America’
storie di vita che ci fecero impazzire
distanti anni luce dalle nostre
povere cose come le raccontò, poi, Tornatore
nel suo ‘Cinema Paradiso’
Era la vita che spingeva
il tempo che schiumava
e ci portava a un’ epoca //come l’ape al miele…

Che bello ch’era il caro vecchio mondo
duro, in salita, tutto da scoprire…
Oggi… che pena !
dopo quell’11 Settembre, siamo in guerra
si muore dappertutto fuori di casa
si muore per far notizia, perché sia la paura a dilagare
Il cielo sembra carta
e noi sappiamo che la vita è altro
ed aspettiamo, che questo inverno passi
che torni, come sempre, primavera
e sorga in cielo un sole che non bruci, ma riscaldi.



Domenico Sergi (Trimacassi)

Foto di Fabiuss

giovedì 2 novembre 2017

Intervista all'Onorevoli


Domenica 5 Novembre è giorno di Elezioni. Ai nostri amati Rappresentanti che con spirito di servizio - per venti, trenta e talvolta quarant'anni - si sono sacrificati per il  bene comune, auguro di tornare nel Parlamento siciliano. Per i giovani ci sarà tempo... e che cacchio!!


Intervista all'Onorevoli

Salutu l'illustrissimu Zù Vanni
trent'anni nto Palazzu ri Normanni.


"E' ura", ci abbannianu l'ingrati, "statti a to' casa!!"
Iddu, 'ntrobbitu, si nni futti, abbrazza e vasa
l'amici fedelissimi: 'u parrinu, 'a figghia 'i Michilinu,
Don Cecè, 'a soggira 'i Turriddu, e poi Ciccinu
(ca porta voti e voti, e 'n canciu voli... nenti)
'ntisu, pì cugghiunàri, 'u "Malamenti".

Vossia, Eccellentissima (sospira...),
è veru ca 'sta vota s'arritìra?


Mi vulìa ritirari, largu a 'sti picciuttazzi,
ma i Siciliani 'un vosiru e ficiru li pazzi:
canziarimi 'un si po', mi pari lariu,
mi tocca fari ancora 'u missionariu.

'A Trinacria è arraggiata, nn'havi chini 'i panari.
Li meriti nun mancanu, ma è certu d'acchianari?


Acchianu di sicuru: l'autri su' minchiùna,
cu chiddi jamu a cogghiri 'i muzzuna.

E lu programma? Senta, amicu caru
immantinenti vegnu e ci l'apparu:
vogghiu arricchìri... a tutti (semu a mari!),
a mia nenti mi trasi... chi ci pari?
Ccà ci lassu li pinni, si fatica
cu spiritu 'i Vangelu (nun lu dica).

(Chi cristianeddu bonu, senza pisu.
Onorevoli 'n terra e puru 'n Paradisu).






Versi e foto di Leo Sinzi/zio-silen


I personaggi citati nel componimento sono frutto di pura fantasia.

martedì 31 ottobre 2017

Ha sete la terra



Ha sete la terra

O cielo
piangeranno i grandi occhi tuoi
per irrorare il terreno inaridito.
E' tanto tempo che chiede acqua!
Qualcuno dovrà pur piangere
per dissetare la terra.


(Melany) 

Immagine: Olio su tela di Melany


domenica 29 ottobre 2017

I versi sbrilluccicanti di Giovanna


Lo sento... è ancora qui alle mie spalle
il calore del tuo seno generoso.
Mi piaceva restare così
a sentire il tuo profumo
che raccontava di caffè d'orzo
alla mattina presto
di quell'olio odoroso fra i capelli
che raccoglievi in una lunga treccia.


La sera tutt'intorno ad un braciere
con le bucce delle arance messe ad ardere
e i tuoi racconti fra sorrisi e lacrime.
Chi poteva ferirci?
Chi avrebbe potuto colpirci?
Intanto assorta sgranavi il rosario
e dietro te il sole tramontava.




Versi sbrilluccicanti di Giovanna tratti dalla poesia intimista "Quando il tempo era buono", pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 25 ottobre 2017.

Foto di Leo Sinzi (zio-silen)

venerdì 29 settembre 2017

I versi sbrilluccicanti di Ganimede



Un dito sulle labbra mi zittisce
mentre ciarlano quegli allocchi di gabbiani
li detesto (li adoro)
scherniscono le regole del passo
le code da pagare.
E va bene! Sostituirò ciottoli alla lingua
falesie d'alabastro ai crateri di ogni occhio
la pace del freddo al ribollire delle vene
finché di me non rimarrà
che un inciampo sulla sabbia nel tragitto
di un mollusco.
Solo allora avrò raggiunto la mia meta. 





Versi sbrilluccicanti di Nadia Rizzardi (Ganimede) tratti dalla 
poesia "Moules frites", pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti 
il 19 settembre 2017. 

Foto di Leo Sinzi (zio-silen)