mercoledì 24 maggio 2017

I versi sbrilluccicanti di Guido Anselmi


    
 E credi forse che sia nuda

Io vedo quel che tu non vedi
per completare questa stanza,
ci manca tutta la tua schiena,
e non so proprio come faccia
a illuminarsi il letto senza

la meraviglia d'esser uomo
che non conosco eppure vivo
e credi forse che sia nuda
la stessa donna che analizzi
in piedi ritta nello specchio

e non la pace e la salvezza,
la forma intatta d'un mistero.




Sbrilluccicano alla lettura i versi tratti dalla pregevole poesia di Guido Anselmi "E credi forse che sia nuda", pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 24 Maggio 2017.

Post di Leo Sinzi (zio-silen)
Disegno (matita su cartoncino) di Nunzio Di Pasquale

sabato 20 maggio 2017

Di nuovo c'è


Di nuovo c’è

Di nuovo c’è che l’altra sera
siamo saliti tutti in piazza
perchè c’ha state lu cantante. 

Uno novo ha detto il dottore
che di queste cose s’intende:
prim’ecche ce veneva Albano
e mo’ ci sarà ‘stu Sarcìna?
Le canzoni del nuovo cidì
‘n se le cacheve nisciune 

molto meglio la chitarrina
con le pallotte il sugo finto
fatte ancora come ‘na volta.

Hanno portato fuori il Santo
da tre secoli sempre quello
e tutt’addire che bello che bello. 

Pure il prete non è del posto
lo si capisce dal latino
anche se dal pulpito strilla
sempre la solita novella.

Di nuovo c’è che le lucciole
nel prato non se ne vedono
ancora il Milan ha perduto
con un rigore che non c’era
e sul balcone del vicino
sventola (sempre) la stessa bandiera.


Versi di Frame 

Foto di Leo Sinzi (zio-silen)

lunedì 15 maggio 2017

Precario


Di infarto talvolta non si muore... e non si vive.


Precario

È tempo di rivolta: "stigma o stemma"? *
...
Riprendo il mio cammino senza meta.
Le Stelle sono stelle. Il cielo è Cielo.
Le foglie rosse, mosse, fan paura.
La terra nuda tende braccia scure:
"sarò una culla". Guardo la mia sorte
legata a un filo. Eccomi alla porta.
La targa è d'oro. Scrissero: "Inventario".
Enumero, classifico i peccati.
Si leva un polverìo, mi manca il fiato:
respiro, non respiro... da precario.



Componimento e foto di Leo Sinzi/zio-silen 


*Verso ispirato da una lectio magistralis - risalente al 1990 - di Gesualdo Bufalino sul tema della "malattia", vissuta - nelle diverse epoche - come "stigma" ("colpa, sfregio, marchio") o come "stemma" ("insegna di nobiltà, strumento di martirio").

sabato 13 maggio 2017

I versi sbrilluccicanti di Ganimede


Se vorrai
il mondo sarà carta da giornale tra le mani
fogli di ricette a tappezzare il cuore
milioni di parole ripiegate al solo cenno.
La cura è sempre astratta
un'anamnesi di barchette e cappellini
costruiti per proteggerci dal sale.



Versi tratti dalla poesia di Nadia Rizzardi (Ganimede) "Col mare in gola",
pubblicata sulla Vetrina del Club dei Poeti il 12 Maggio 2017. 


Foto di Fabiuss/Leo Sinzi/zio-silen 

martedì 9 maggio 2017

Primavera


Primavera 

Pioggia su pietre,
vento. E' pantomima:
l’una smorza, l’altro rinforza,
gioca a rimpiattino. 


Si spegne l'ombra, cessa la tempesta:
l'aurora luminosa - una madonna -
apre le porte al cielo, annichilisce
fredde trazzere di colori ardenti.

Stretto ai vapori, pronto
il blu oltremare a fare l'occhiolino
ai picchi, ai prati, al campo degli ulivi,
alle fragranti zagare, ai giardini.

Oltre le pietre... chiudono gli ombrelli
- la madonnina s'asciuga il bel viso
col pannicello caldo: primo sole -
ed ecco le scintille alla marina

tra suoni di chitarre ed organetti
l’avidità di luce ai quattro venti.
 

Sarà più cielo in terra?

L'oriente impallidisce... c'è la guerra.




Esercizio di sintesi e personalizzazione posto in essere da Leo Sinzi (zio-silen).
Come base: la pregevole poesia "Oltre le pietre..." di Trimacassi, pubblicata sulla Vetrina del Club
dei Poeti il 4 Maggio 2017.
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Oltre le pietre...

 Pioveva ormai da giorni
senza ci fosse verso che smettesse
ed era pantomima con il vento:
quando l’uno smorzava, l’altra rinforzava
come giocassero a rimpiattino…
Poi, dopo una notte insonne
ad acqua e vento, smise.
Candida e sorridente, come una madonna
sembrò aprir le porte al cielo
mentre calmava il freddo i suoi carboni ardenti...
E tra le nuvole, lassù
iniziò a serpeggiare un blu oltremare
pronto a far l'occhiolino
ai picchi di montagna, ai prati, al campo degli ulivi
al profumo di zagare, al verde dei giardini…

Oltre le pietre
le mura, i capitelli, i campanili
si chiusero gli ombrelli
-quella madonna s'asciugò il bel viso
col pannicello caldo del primo sole-
e furono scintille per mari e per colline…
Tra suoni di chitarre ed organetti
tra clavicembali e violini
l’avidità di luce si sparse ai quattro venti
e fu trionfo di colori
e fu più cielo che terra, ancora, in mezzo a noi…


Domenico Sergi (Trimacassi)

Foto di Leo Sinzi/zio-silen

sabato 6 maggio 2017

Rimani

Rimani
 

Non andartene. Rimani.
Nessuno ascolta.
Nessuno guarda per vederci.”


Una strada piena di passanti ignoti,
nell’aria quel profumo di corteccia
come nel dopopioggia.
Dai, rimani!”.

Rigirava tra le dita i peneri dello scialle.

“Senti intumidire i capezzoli? Senti il vento 

spingerti verso il mio corpo?

Era più vera della verità
più bella della favola mai raccontata
e se non mi avesse baciato sarei morto
quel mattino. Pomeriggio di poesia,
condusse a sera. Rimasi,
guardandola come nessuno, mai.


È tardi!.
(
Sarà tardi anche domani
perfino ieri sarebbe stato tardi
).

Una gugliata di carezze sugli squarci.

Dovetti andar via, di corsa, sotto i portici
col suo sapore sulle labbra.



Esercizio di sintesi e personalizzazione di Leo Sinzi/zio-silen. Come base: il pregevole componimento di Indio (vedi sotto) pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 5 Maggio 2017.
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Rimani

“Non andartene. Rimani.
È tanto che sto zitta.
Hanno tutti fretta e nessuno ascolta.
Nessuno legge. Nessuno guarda per vederti.”

spoglia dei suoi racconti
indossò versi senza alcuna teatralità.
la osservavo come si guarda una strada pieni di passanti ignoti
e avvertivo nell’aria quel profumo di corteccia, di vita - ormai vissuta -
come nel dopopioggia o in un pianto scompagnato.

“Rimani ancora. Aspettiamo sera.”

rigirava tra le dita i peneri del proprio scialle
e smise quando chiese:

“Senti anche tu il turbamento intumidire i capezzoli, come lo sento io sui miei?
Senti anche tu il vento spingerti verso il mio corpo, come io sento il mio,
denudato da ogni pudore, verso il tuo?”

era più vera della verità
più bella della più bella favola mai raccontata
col seno fatto apposta per essere madre
e se non mi avesse baciato, su quella panchina
al freddo vento che turbava il suo seno di madre,
sarei morto quel mattino
disconoscendo la tenerezza intima dell’amore.

quante cose inutili occupavano, fino a quel momento,
il mio spazio.

leggendo poesie arrivò il pomeriggio
e questo ci condusse a sera. e rimasi, così come mi chiese,
ascoltando e guardandola come mai nessuno l’aveva vista.
poi con una gugliata di carezze cucimmo ogni squarcio.

“Adesso devi andare, è tardi.
Sarà tardi anche domani e perfino jeri sarebbe stato tardi.
Vai amore.”

e dovetti andar via, di corsa, sotto i portici tra la folla
col sapore di latte materno sulle labbra.

Indio


Foto di Leo Sinzi/zio-silen

giovedì 4 maggio 2017

Amanti


Amanti

Tra i papaveri
oltre la ferriera
nelle pause mensa
facevamo l'amore.
Ci uccise lo stridere
dei laminatoi.
Le sirene e l'acre
odore della pioggia.
Poi le abitudini
e il sole.



Versi di Francob


mercoledì 26 aprile 2017

Riflesso


Riflesso

Oggi c’è vento.
“Maledetto!”.
Poco ossigeno, fa freddo.
Un “bah!” riecheggia tra i picchi.
Una ciocca di capelli si congela all’insù.
Ho la barba, sono una donna eremita,
medito:
Voglio scendere!
Di certo non salto. Volerò?
Se salto mi sfracello”.

“Luna dove sei stata? Dove mi hai confinata?”
non risponde. Grande nel cielo,
sempre più grande, grandissima.
“Oh! Smettila, mi schiacci.
Ma che vuoi? Lasciami sola!”.

Resta.
Non ha volto, non ha faccia, ma è bella
quando è distratta. 

Illumini il mondo ma non il mio angolino?”.
Tace.
Abbasso il viso e scrivacchio: mi ispira.
Un colpetto.
Schivo.
Di nuovo immensa. “Aspetta! Volevo dire scrivo!
”.
Un altro colpetto. Chino la testa sull’erba,
un sospiro mi segue.
Occupo un centimetro sul mondo:
castello di ridicolo. Si agita
 “oddio!

Parlo a vanvera, canticchio, ululo.
“Mi sento sola, e tu lassù?”.
Continua il suo declino, in silenzio.
Afferrarla
o abbandonarmi per sempre
lì, dove mi aveva confinata?
Cade.
Forse vuole rimanere incompresa.
Cade, regalandomi un riflesso di me.

Un
vabbè! e salto.




Esercizio poetico di Leo Sinzi/zio-silen. Come base: il pregevole racconto breve "Cado al tuo volere critico" di naiakala*, pubblicato sulla Vetrina del Club dei Poeti il 18 Aprile 2017.
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Cado al tuo volere critico
 
Sul picco di questa montagna oggi c’è vento, “maledetto!”, pure poco ossigeno e fa freddo. Che fastidio, ero così bassa, massimo in collina, mi parevo un poeta ottocentesco che prende ispirazione. La mia faccia affranta nasconde un ghigno colpevole.

Oggi sono volata quassù, relegata, come mi muovo un suicidio, me la sono voluta? Un “bah!” riecheggia tra gli alti picchi dal nulla dei mie pensieri, ci sarebbe dell’ironico se solo ci fosse qualcuno qua. Arriva la notte. Freddo, venti, tormente. Una ciocca di capelli mi si congela all’insù, la lascio rendermi oltremodo ridicola. Ho la faccia paralizzata e contrita, socchiuso gli occhi maledicendo, ma davanti il vuoto. Se lo sapevo me ne stavo zitta, a inventare cose, che ti ha detto la testa.

Passa il tempo, pochi giorni, ma ci distinguono anni. Ho la barba, sono una donna ma anche eremita, medito e medito e medito e…. “basta! Voglio scendere! Di certo non salto, volerò? Ma figurati! Si fa presto a dirlo!”. E medito ancora un momento e poi un altro, ho concluso: “è sicuro, c’è lo scherzetto, se salto mi sfracello”, una fila di ossa sulla terra lontana, in linea d’aria con il volo, aumentano il sospetto. “Che cosa sadica, ma quante ne ha confinate su sto picco?”

Arriva l’estate, la mia faccia indispettita non cambia. La luna si vede e fa capolino.“Dove sei stata? Dove mi hai confinata?” non risponde e si fa grande nel cielo, sempre più grande, grandissima “oh! Smettila, mi schiacci”. Prima di tornare al suo posto si allarga, ancora, leggermente, e mi da un colpetto sulla testa.

“Ma che vuoi? torna a coronare la notte, lasciami sola!”. Resta, ma distratta. “Illumini il mondo ma non il mio angolino?”. Nessuna risposta.

Parlo di cose, parlo a vanvera, canticchio un accordo a quanto pare, e lei sta lì, non dice niente ma rimane. Ci dovrà stare. E continuo a canticchiare.

Non ha volto, non ha faccia, ma è bella quando è distratta nei suoi pensieri. Abbasso il viso e “scrivacchio un qualcosa” gli dico. Mi ispira. Ma, un secondo, ed è di nuovo immensa, capisco, “Aspetta! scrivo, scrivo, volevo dire scrivo!". Un altro colpetto sulla testa. Torno a faccia contrita, lo sguardo socchiuso stavolta mirato, e lentamente, lasciando che continui a leggere il mio disappunto, chino di nuovo la testa sull’erba. Un sospiro mi segue.

“Ti va bene che mi distraggo con tutto!” gli grido. Occupo il mio tempo in questo centimetro sul mondo, che è diventato il mio castello di ridicolo. Certo che ne passano di uccelli. Alla fine il silenzio è troppo e lo rompo “mi sento sola, e tu lassù?”. Non un suono. Devo proprio stargli antipatica! Come sempre non ho capito niente.

E canticchio, una nota, a quanto pare quella mi compete, sempre la stessa. Mi piace alla fine, anche se mi sento stupida dopo un po’, ma se è quella che devo cantare per farla felice e fiera di se stessa, lo faccio.

La vedo, si agita “oddio! ora che ho fatto, scusa, scusa non volevo” invece è tenue, più chiara, “sei malata?”.Silenzio. “ti racconto una storia, di quelle che sembrano piacerti tanto. Ehmm... Un Lupo, corre, la neve arriva… e il fuoco, la sciolglie…. Ululo guarda ululo”. Cose nate per un apposito fine, raccontano poco di lei, che nel mentre continua il suo declino. Sempre in rigoroso silenzio.

Mi è sembrata vicina per un momento. Che volesse come me sapere non sapendo come dirlo, spronarmi ad afferrarla o abbandonarmi per sempre lì, dove mi aveva confinata, compiacendosi morente nella caduta di un’altra stella nascente che è volata troppo bassa, non arrivando ad incontrare l’oscurità limpida ma profondamente sconosciuta nella quale vive. Forse vuole rimanere incompresa.

Cade. Regalandomi un suo ultimo riflesso di me.

Oltre al silenzio ora è buio. Che faccio? E intono la mia nota, che non diventerà mai canzone perché certi autori banali non li ho mai sopportati. Capisco. In fondo non voleva sapere niente, di me ha sbagliato tutto.

La la la la la… la la la la la… la la la la la… la la la la la l’esibizione diventa più indecisa: la… la……… la……………la…

…..Là? Faccia in un vabbè, e volo in un salto, cadendo al suo volere.

Racconto di naiakala

Foto di Fabiuss elaborata da Leo Sinzi/zio-silen.